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Ampelografia trentina: un salto nel passato fino ad oggi

Come è cambiato il panorama varietale in provincia di Trento dal 1875 ai giorni nostri.

Leggere il passato al fine di capire meglio il presente e studiare al meglio per il futuro. Un tuffo nel lontano passato per osservare le radici della viticoltura trentina, in chiave ampelografica, per semplice curiosità.


Abbiamo buttato lo sguardo grazie alla preziosa carta ampelografica datata 1875, relativa alle varietà di vite maggiormente diffuse nei centri viticoli in provincia di Trento, che l’agenzia Proposta Vini ha recuperato e pubblicato per cercare di dare valore all’interno del proprio catalogo a vitigni tradizionali dell'epoca attraverso la presenza di una selezione di bottiglie capaci di rappresentare le origini della viticoltura. Il nostro intento è cercare di fornire dati interessanti al fine di comprendere i cambiamenti avvenuti in chiave varietale.

E’ semplice constatare come molti dei vitigni presenti all’epoca, oggi - lo vedremo con precisione attraverso i numeri pubblicati dall’agenzia provinciale, ma si può intuire fin da subito - sono solo una piccolissima fetta delle varietà presenti negli ettari vitati dei giorni nostri. Questo non è successo solo in provincia di Trento ma in molte altre zone del Bel Paese. Ovviamente questo cambiamento varietale, dovuto in gran parte all’arrivo delle malattie americane ed alle innovazioni introdotte della “viticoltura moderna”, ha stravolto le scelte dei viticoltori. Oltre a ciò l'avvento di vitigni “stranieri” ha reso difficile il confronto in chiave organolettica con gli autoctoni di un tempo, determinando in modo deciso scelte e modi produttivi.


LE TAPPE PRINCIPALI DEL CAMBIAMENTO


Con la nascita dell'istituto agrario di San Michele, datata 1874, iniziano tutta una serie di sperimentazioni su nuove varietà provenienti dall'Austro-Ungheria, ma anche da Germania e Francia. Il prestigioso centro rotaliano realizzò una raccolta ampleografica comprendente 449 varietà di vitis vinifera e 42 viti americane. Uno studio di primaria importanza che segna l'inizio di un cambiamento.


Nel 1922 a seguito del primo conflitto armato mondiale il Consiglio provinciale di agricoltura di Trento realizza una pubblicazione intitolata "La viticoltura e l'enologia nel Trentino" all'interno della quale si trovano delle tavole raffiguranti i principali vitigni dell'epoca, commissionate al pittore piemontese Giuseppe Falchetti, corredate inoltre da dati di tipo agronomico, economico-produttivo e analitico. I 12 vitigni rappresentati all'epoca erano: Teroldego, Marzemino, Negrara, Schiava grossa, Schiava gentile, Rossara, Groppello, Pavana, Vernaccia bianca, Nosiola, Garganega e Trebbiano, con un breve accenno al Riesling italico, presente da alcuni decenni in Valle dell'Adige. Nel finale di pubblicazione si specifica però, in ultima pagina: "Accanto ai vitigni tradizionali, che formano la grande massa delle varietà piantate in regione (comprendente quindi anche l'Alto Adige Sudtirol), si coltivano quà e là anche anche altri di qualità speciali come Veltliner bianco, Borgogna bianco, il Sylvaner verde, Pinot Grigio, Sauvignon bianco, Moscato giallo, Traminer, Riesling renano, Borgogna renano, Merlot, Verdot, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc." Da qui dunque una delle prime testimonianze della presenza di viti forestiere e "non tradizionali" in Provincia.


Altro passo importante che segna un deciso cambio di passo è la Carta Viticola Trentina pubblicata nel 1954 che traccia l'indirizzo viticolo per il territorio trentino. Realizzata dall'Istituto Agrario in collaborazione con il Comitato Vitivinicolo Provinciale è un vero e proprio piano regolatore della viticoltura. In sintesi il protocollo prevedeva una riduzione dei vitigni tradizionali meno qualitativi quali Vernaccia, Pavana, Rossara, Negrara, Lagarino, Verealbera ed altri, al fine di favorire l'incremento di messa a dimora di impianti di vitigni tradizionali maggiormente qualitativi come Teroldego, Marzemino, Lagrein, Schiava, Nosiola, Enantio e Casetta). L'idea, poi divenuto realtà era quella inoltre di sostituire i vitigni nostrani meno qualitativi con varietà straniere (oggi chiamate internazionali) come Pinot bianco, Pinot grigio, Pinot nero, Cabernet Sauvignon, Merlot, Riesling renano, Traminer, Moscato giallo e Sylvaner,


Gli anni '70 videro materializzarsi l'istituzione delle Doc con veri e propri disciplinari a dettare ancora una sorta di linea di produzione, mentre gli anni '80 coincidono con il fenomeno della globalizzazione del mercato che incrementa fortemente la coltivazione di Pinot Grigio e Chardonnay, oggi vitigni principali per quantità di produzione.


Tabella: produzione in % delle varietà dal 1951 al 2009 in provincia di Trento.


Si assiste progressivamente ad una forte diminuzione anche dei vitigni tradizionali di qualità, quali Teroldego (nel 1951 il 19,3% della produzione), Nosiola (Nel 1951 vitigno a bacca bianca di riferimento) Schiava grossa e gentile (Nel 1951 segnano il 15% circa della produzione totale), Enantio (Nel 1951 il portentoso vitigno è fra i vitigni a bacca nera più coltivati). Ed un incremento portentoso per Chardonnay (da 0,5% della produzione nel 1951 al 28,8% del 2009) ed un vero e proprio boom del Pinot grigio che stravolge il panorama viticolo.


La successiva tabella invece, mostra le variazioni di superficie vitata per singola varietà nel 2015. Mostra un trend di scelta dei nuovi impianti. Come si può notare prosegue il boom del Pinot grigio, seguito da un forte interesse per il Pinot nero, vitigno apprezzato per eleganza e finezza di gusto impiegato per la base degli spumanti a denominazione Trento DOC. Importante riduzione di superficie vitata anche per Marzemino e Schiava. Minore la riduzione per il Teroldego, vitigno a bacca nera principe della provincia per tradizione e qualità organolettiche varietali.



Infine concludiamo questa breve e speriamo interessante analisi con la tabella datata 2017, la più recente pubblicata del comparto agricoltura della provincia di Trento che mostra le percentuali di superficie vitata.


Superficie vitata totale della provincia: 10 270 ettari - dati 2017 provincia di Trento.


I primi 5 vitigni per superficie vitata:

1- Pinot Grigio 28,2% - 2891 ettari

2- Chardonnay 26,8% - 2751 ettari

3- Muller Thurgau 9,1% - 939 ettari

4- Teroldego 6,1% - 634 ettari

5- Merlot 5,6% - 570 ettari

In conclusione, sempre con assoluto spirito di osservazione, ci soffermiamo su alcuni aspetti:


  • Permane grande attrazione per la coltivazione di Pinot Grigio - Questo vitigno è quasi esclusivamente prodotto del mondo produttivo cooperativo per soddisfare la grande richiesta estera capace di condizionare le scelte produttive interne.

  • Lo Chardonnay rappresenta l'altre grande fetta di produzione per quanto riguarda le uve a bacca bianca: utilizzato nella denominazione Trentino DOC ma in rampa di lancio per la produzione di ottimi spumanti a denominazione Trento.

  • Attenzione crescente per il Pinot Nero, vitigno ammesso nella produzione di spumanti metodo classico a denominazione Trento DOC.

  • Risicata presenza, ma fondamentale per le origini -> Marzemino, Nosiola, Schiava ad altre piccole nicchie come Enantio e Casetta. Tiene la produzione di Teroldego, vitigno più rappresentativo.

  • Da terra rossista il Trentino diventa zona di produzione - in maggior parte - di uve a bacca bianca. Trasformazione rapida: Uve a bacca rossa nel 1980 -> 80%, nel 2017 le uve a bacca bianca sono il 73,7%.


Chiudiamo infine questo breve appunto con la tabella aggiornata al 2018 - dati camera di commercio Trento - della produzione denunciata di uva DOC in provincia.



Ora non ci resta che ipotizzare il prossimo futuro. Sarà un ritorno alle origini per cercare di associare il nome Trentino alla tradizione vitivinicola locale oppure saranno le scelte in chiave export a dettare le scelte di coltivazione? Sicuramente gli amanti del Trento DOC apprezzano sempre più un bollicina di qualità, per il resto non ci rimane che immaginare gli scenari futuri e attendere...

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